UNO
Il sole, quella mattina, sembrava prenderla in giro. Brillava di una luce bianchissima eppure discreta, invisibile. Non disturbava gli occhi con la sua presenza, si limitava a rendere più acceso qualunque colore sfiorasse. Il cielo era tanto limpido da sembrare di buon umore, con quelle nuvolette bianche a mo’ di sorriso, uscite dal più perfetto dei manga. Le foglie erano di un verde smeraldo accesissimo. Il lembo di Vesuvio che le faceva da siepe leopardiana era più definito che mai. Era impossibile affacciarsi alla finestra senza provare una sensazione di autentica serenità interiore, di felicità. Infatti, non appena aprì la finestra, le venne naturale sospirare e sorridere. Respirò una boccata di quell’aria purissima ed immediatamente ebbe voglia di camminare e di cantare. Restare in casa, in una giornata come quella, dono raro e prezioso dei primi scampoli di primavera, era quasi un delitto. Così, inforcò il suo pantajazz preferito ed una magliettina a mezze maniche –la prima dell’anno, pensò, sorridendo- concluse l’opera con un paio di sneakers, lo zainetto colorato su cui campeggiava la scritta “mio fratello è una persona seria” e l’immancabile lettore mp3 e si preparò per una passeggiata. “Destination nowhere”, pensò chiudendo il cancello alle sue spalle. Si voltò un’ultima volta verso il cortile: parcheggiata, laconicamente, la sua auto sembrava supplicarla. Lei detestava guidare con il freddo, figurarsi in giornate come quella! Aveva discusso la sua tesi di laurea da ormai una settimana eppure aveva continuato a sentire nel suo corpo la tensione e l’ansia. Studiare e lavorare contemporaneamente non era mai stato facile per lei, soprattutto perché lavorare come cronista non da alcuna certezza né economica né organizzativa. Le sue giornate erano o convulse o desolatamente vuote. Tuttavia, questa seconda tipologia di giornata era sempre più rara ed in particolare negli ultimi mesi sembrava che tutti i camorristi della Campania si fossero messi d’accordo per renderle la preparazione alla discussione un autentico inferno. Da un mese esatto si alzava alle 5:00 del mattino per studiare, andava avanti fino alle 11:00 e poi fuori per lavoro. Foto, interviste, sgommate, telefonate e poi pezzi su pezzi. Aperture, richiami in prima pagina, articoli in edizione nazionale. Stava diventando un nome eppure era così stressata da non riuscire a godersi la sensazione. Anche la sua discussione era stata brillante. Il suo relatore le aveva promesso di aiutarla a trovare un editore interessato alla pubblicazione della tesi. La sua strada era la filosofia e lei lo sapeva benissimo. Perché dannarsi l’anima col giornalismo, allora? Perché lei, determinata com’era, non voleva lasciarsi preclusa alcuna strada. La sua vita era un cammino verso l’indipendenza e l’affermazione. Se le sue teorie strampalate non l’avessero portata a niente lo avrebbero fatto i suoi articoli circostanziati ed imparziali. O le sue poesie, magari. Per lei la cosa importante era scrivere. Era sempre stata cosciente, fin da piccolissima, che la sua vita sarebbe stata sempre inestricabilmente intrecciata ai libri, in un modo o nell’altro. Ora, era arrivato il momento della resa dei conti. Aveva la laurea ed il tesserino da pubblicista: le carte in regola per tentare di dare corpo al suo sogno. Anzi, le mancava solo una cosa: un po’ di riposo; quella mattinata, però, sembrava fatta apposta per inserire il tassello mancante. Schiacciò play sul suo lettore mp3 e cominciò a camminare ancheggiando a ritmo di musica. Fece un saluto distratto ai suoi dirimpettai che, come loro solito, la guardarono con pettegolo sospetto e si avviò. Nella sua mente cominciarono ad affastellarsi versi di poesie lette, scritte ed ancora da scrivere. Rise di sé stessa: il suo cervello non riusciva a stare fermo neanche quando lei decideva di metterlo a riposo forzato. Intanto stava percorrendo uno dei corsi principali della sua città. Si fermò un secondo alla galleria d’arte o, meglio, alla vetrina di quella che una volta era stata un’importante galleria d’arte ed ora era poco più che un negozio di pseudo-antiquariato tra l’altro prossimo alla chiusura. La vecchia commessa le rivolse uno sguardo ossequioso e speranzoso. Lei entrò. Non poteva farne a meno: ogni fibra del suo corpo era protesa in difesa della cultura e della storia, soprattutto di quella della città dove abitava, una volta tempio di poesia e musica, ora poco più che carta straccia, come cantava Pino Daniele del capoluogo. Si guardò intorno e vide alcune tavolette in legno incise. Ne ordinò una e comunicò alla commessa che si sarebbe fermata al suo ritorno per ritirarla. Non voleva ingombri ora, nemmeno in nome dell’arte. La donna le rivolse uno sguardo compiaciuto e la salutò compassata. Lei sorridendo uscì dal negozio, soffermando l’udito sul suono leggero dei campanelli posti sulla soglia. Ricominciò a camminare e giunse dinanzi alla salumeria. Non era ancora l’ora di punta ed il salumiere poteva concedersi il lusso di prendere un po’ di sole sul marciapiede. Come sempre le rivolse uno sguardo malizioso, uno sguardo che lei trovava incredibilmente sexy e che inevitabilmente ricambiava.
“Ciao” , disse lui.
“Ciao”, rispose lei, accelerando il passo. Per qualche inspiegabile motivo, anziché fermarsi a conversare con lui, i suoi piedi reagivano all’attrazione scappando. Infondo era sempre stata convinta di essere fatta al contrario e questa circostanza non faceva che confermarlo. Quello che una volta era stato il decumano principale della sua città, oggi era un nastro di basoli, asfalto e buche. Anzi, era una buca con basoli ed asfalto intorno, come soleva dire sua madre. Oggi, poi, era più congestionato del solito. Guardava gli automobilisti accanirsi sui clacson ed inveire gli uni contro gli altri. Non poté fare a meno di sorridere e sentirsi sollevata: si, aveva fatto proprio bene a lasciare la macchina in cortile!
“Che hai da ridere?” le urlò un automobilista dal suo SUV “Mica siamo tutti come te che non hai niente da fare?”. Lei girò prima solo lo sguardo, fulminandolo. Stava per rispondergli a tono quando l’automobilista, un uomo sui cinquant’anni, la fissò in volto e arrossendo si scusò.
“Mi scusi, dottoressa, non l’avevo riconosciuta!”
“Non è nulla, si figuri!”.
Era sicura di non aver mai visto quell’uomo in vita sua. Eppure lui la conosceva: stava diventando famosa, pensò, con un pizzico di orgoglio.
“L’ho vista durante il convegno al liceo… è stata brava, complimenti” disse l’uomo, che evidentemente aveva indovinato i pensieri della ragazza vedendo il suo volto stranito.
“Dovere, dovere” si affrettò a rispondere lei. “Arrivederla!”. Le succedeva spesso, ultimamente, di essere riconosciuta per strada e questo le faceva un certo effetto. Soprattutto da quando i ragazzi del liceo cittadino l’avevano invitata come relatrice in un convegno sul rapporto tra ecomafie e malattie tumorali. Evidentemente il suo intervento era stato pregnante. Era quasi arrivata al Municipio. Decise di salire a salutare alcuni suoi amici lavoratori socialmente utili e di approfittarne per chiedere loro di eventuali novità sulle bonifiche … no, non riusciva proprio a godersi le ferie, neanche per mezza giornata.
“Dottorè, allora l’avete saputo!” La voce del vecchio usciere del municipio la fece trasalire.
“Saputo cosa?”
“Di quel pazzo che sta facendo casino fuori all’ufficio del sindaco!”
“Veramente io non ne so nulla!”
“Ah, dottorè … qua ogni giorno è un’avventura. Questo dice che ha lo sfratto addosso e pretende che il sindaco gli da una casa … questo è il terzo in un mese, mo la stanno pigliando a canzone!”
“Ha ragione, signor Ernesto, ormai sta diventando un’abitudine. Ad ogni modo salgo a dare un’occhiata. Di solito il semplice fatto di parlare con un giornalista serve a calmarli!”.
“Eh speriamo bene, dottorè, anche mi hanno detto che questo è agguerrito!”
“Grazie”.
Si avviò verso l’ascensore. Fortunatamente nello zaino aveva carta, penna e la sua inseparabile macchina fotografica digitale. Addio mezza giornata di ferie!
DUE
All’uscita dall’ascensore c’erano due vigili urbani che presidiavano il corridoio. Fortunatamente, uno dei due era il suo amico Giacomo.
“Buongiorno, Giacomo! Cosa abbiamo qui?”
“Buongiorno, Angelica! Niente, ormai tutti pensano di risolvere i propri problemi facendo casino fuori all’ufficio del sindaco!”
“Il sindaco c’è?”
“No! E’ ancora negli Stati Uniti per via della cerimonia di gemellaggio!”
“Ah, già! Dimenticavo! Se permetti, do un’occhiata!”
“Se ti dicessi di no, cambierebbe qualcosa?”
Lei rise e, facendosi largo con delicatezza tra l’immancabile folla di curiosi accorsa nella sala d’aspetto, riuscì a vedere la fonte di tanta confusione. Il pazzo, come l’aveva chiamato l’usciere, era in realtà una pazza. Si trattava di una donna di non più di quarant’anni. Il suo volto una volta doveva essere stato molto bello, lo si intuiva dalla delicatezza dei lineamenti e dall’azzurro cristallino dei suoi occhi. Ora la sua pelle era un reticolo di rughe, com’era tipico delle donne che avevano sofferto. Indossava un jeans aderente, a fasciare un fisico quasi acerbo, ed una giacca corta sempre di jeans che copriva un top nero e semplicissimo. La sua figura, composta, trasudava dignità e determinazione.
“Buongiorno, signora! Angelica Barone, il Mattino di Napoli…” disse, quasi timidamente.
“Non sono un fenomeno da baraccone” fu la risposta.
“Non mi occupo di fenomeni da baraccone, infatti. Mi è stato riferito che lei accusa il sindaco di pesanti negligenze. Questo mi interessa”.
“Io non accuso nessuno!”
“Ah no, e che ci fa qui?”. Si stava spazientendo. La donna era un osso più duro degli altri che avevano intrapreso simili azioni di protesta.
“Voglio far valere i miei diritti”, rispose la donna, secca.
“Sentiamo, quali sono questi diritti che le vengono negati?”
“E a lei che gliene fotte?”
“Onestamente? Niente di niente. Però il mio lavoro è farmi i fatti della gente. Quindi se per favore mi vuole dire perché ha messo un comune intero sottosopra, io me ne vado e la lascio protestare tranquilla”.
“E se io non le dico niente?”
“Peggio per lei!”
“No, peggio per te che non hai niente da scrivere!”
“Certo che ho da scrivere! Una donna, circa quarantenne, verosimilmente squilibrata mentalmente, ieri ha messo in subbuglio l’intero municipio accusando il primo cittadino di negligenza. Sono intervenuti vigili e carabinieri”.
“Io non sono pazza!”
“Infatti ho detto verosimilmente. Arrivederci.”
“No, no, aspetta. Vabbuò, ja, siediti vicino a me”.
Angelica non riuscì a reprimere un sorriso di soddisfazione. La guerra psicologica aveva funzionato. Infondo, il fascino della carta stampata funziona sempre su chi inscena azioni di protesta, quali che siano. E’ sempre la voglia di apparire che muove a gesti plateali, ormai l’aveva imparato benissimo. Si sedette a terra, accanto alla donna, a gambe incrociate, brandendo block notes e penna quasi come fossero scudo e spada.
“Dunque, come si chiama?”
“Maria Esposito e non ho quarant’anni, ne ho trentotto”.
“Ok. Perché è qui, signora Maria?”
“Perché voglio parlare con il Sindaco, oggi!”
“Ma il Sindaco non c’è, è in America. Non può parlare con la sua segretaria?”
“No, ci ho già parlato. Io voglio il Sindaco!”
“Qual è il suo problema?”
“Allora, io sono sposata ma quel bastardo di mio marito mi ha lasciata due anni fa con una mano davanti e una dietro e se n’è andato con una polacca. Io sto sola con tre figli a carico, tutti minorenni. Io ho cercato lavoro, a fare i servizi, a stare vicina a qualche anziano ma ‘ste polacche si fottono tutti i posti! Si pigliano una miseria… eh già, mica hanno le spese di una madre di famiglia! Comunque, mo faccio la cameriera a ore però non ce la faccio a pagare l’affitto. Il padrone di casa però non vuole sentire ragioni e mi ha dato lo sfratto. Mo dove vado coi miei figli a dormire? A casa del Sindaco?”
Lei non aveva staccato gli occhi dal block notes neanche un secondo. La storia somigliava alle tante altre che aveva raccolto le volte precedenti. Sfaccettature diverse di povertà e disperazione. Eppure, questa volta non aveva pietà, solo paura.
“Signora, quanti anni hanno i suoi figli?”
“La prima ha sette anni, il secondo cinque e l’ultimo ha tre mesi”.
“Tre mesi?”
“Si, perché?”
“Ma suo marito è andato via due anni fa…”
“Embè?” Nello sguardo della donna passò un lampo di autentico odio. Angelica ne fu terrorizzata. Qualcosa dentro di lei le suggeriva di andare via il prima possibile, raccogliere la storia così come le era stata raccontata senza indagare oltre. L’istinto del giornalista, però, fu più forte della paura.
“Signora, lei è divorziata o separata legalmente?”
“E che te ne fotte a te?”
“Lo chiedo perché se fosse divorziata suo marito sarebbe tenuto a passare gli alimenti a lei e ai suoi figli”.
“No, non voglio divorziare, vabbuò?”
“Ok”. Stava tremando. Non sapeva spiegarsi il perché, ma quella donna la inquietava. C’era qualcosa nel suo volto che non la convinceva. Angelica era sicurissima che la donna stesse inventando tutto. Non era la prima e non sarebbe stata senza dubbio neanche l’ultima ma questo non bastava a giustificare il senso di terrore che stava provando in quei momenti.
“Ha già fatto presente la sua situazione ai servizi sociali?”
“Eh, chill so na mass e sciem!”
“Beh, almeno il beneficio del dubbio poteva darglielo…”
“Che bbuò?”
“Intendevo dire che almeno poteva provare”.
“Eh, si, ci ho parlato con i servizi sociali. Mi hanno detto che le graduatorie delle case popolari sono bloccate e che è meglio che faccio la separazione per colpa.”
“Lo penso anch’io”
“A me non me ne fotte niente di quello che pensi tu, vabbuò? Quelli che scrivono vogliono pure dire alla gente come deve campare. Voi scrivete un sacco di stronzate e poi volete pure avere ragione”.
Il sangue di Angelica era letteralmente congelato. Di solito avrebbe risposto a tono oppure chiesto spiegazioni ma c’era una voce che, dal più profondo della coscienza, la supplicava di stare zitta e scappare via.
“Va bene, signora. E’ stata veramente gentilissima. Credo di avere abbastanza informazioni per scrivere il pezzo. Le spiace se le faccio una foto? Anche di spalle va bene!”
“Di spalle? E perché? Voi non volete mettere la merda in faccia alla gente sui giornali? Voi non dovete scrivere il nome e cognome e mettere pure la faccia della gente? Tanto a voi che ve ne fotte?”. La voce della donna si era fatta talmente stridula da rasentare gli ultrasuoni. Angelica cominciò a balbettare ed indietreggiare, ormai il panico aveva preso il sopravvento.
“Se lei non vuole io non farò il suo nome né scatterò foto, ci mancherebbe altro … Giacomo!”. Senza rendersene conto, aveva urlato il nome del suo amico con una chiara nota di disperazione nella voce.
“Che c’è, hai paura?” disse la donna.
“No!”
“E perché chiami il vigile?”
“Perché … perché devo chiedere anche a lui il permesso”.
La donna rise, di una risata così argentina da sembrare malefica. Angelica rimase impietrita, con la macchinetta fotografica a mezz’aria ed il viso metà rivolto verso la donna e metà verso Giacomo. Quando si riebbe, circa dieci secondi dopo, fece qualche passo verso il vigile.
“Giacomo, tu la conosci questa donna?”
“Onestamente non l’ho mai vista prima”.
“Potrei parlare con l’assistente sociale che l’ha seguita?”
“Qui non la conosce nessuno. Lei non si è mai rivolta agli assistenti sociali … Angie, quella donna farnetica!”
“E tu mi hai lasciata avvicinare?”
“E’ innocua!”
“A me non sembra.”
“Non essere paranoica. Comunque circa mezz’ora fa ho chiamato i Carabinieri e l’ambulanza”.
“Ovviamente nessuno si è fatto vivo …”
“Ovviamente. Su, fai ‘sta foto e vattene”.
Angelica fece per tornare dalla donna, poi però si girò di scatto.
“Giacomo … stai attento!”.
“Angelica, che ti prende?”
“Non lo so. Ho un brutto presentimento … ma non è niente di razionale, è un’ombra, un filo di ragnatela …”
“Tu leggi troppi libri di Camilleri”
“Già”. Sorrise. Il suo viso, però, continuava ad essere di un pallore quasi cadaverico. Si avvicinò alla donna, decisa a scattare quella maledetta foto e scappar via a gambe levate.
“Il vigile ha detto di si?”
“Si, certo. Preferisce essere ripresa di spalle?”
“Veramente il la foto non la voglio proprio”.
“Ah, capisco. Nessun problema. Quanto al suo nome, mi da il permesso di usarlo?”
“No!”
“Le iniziali?”
“Nemmeno”.
“Ok … allora direi che il mio lavoro qui è finito … grazie per la sua cortesia!”
“E il sindaco non lo aspetti?”. Questa frase, pronunciata lentamente e a denti stretti, fece partire un rivolo di gelo dall’ultima vertebra della schiena di Angelica e lo fece salire su fino alla nuca.
“Il sindaco non verrà, signora. E’ negli Stati Uniti. Non tornerà prima di dopodomani”.
“Io aspetto qua fino a dopodomani!”
“Signora, mi permetto di darle un consiglio: torni dai suoi bambini, adesso. Stanno per arrivare i carabinieri e…”.
La donna scoppiò in una risata fragorosa e sprezzante, guardando dritto negli occhi di Angelica. La ragazza, istintivamente, indietreggiò.
“I carabinieri non vengono mai quando succedono queste cose e tu lo sai …”
“Non vengono perché alla fine le persone vanno via molto prima dell’orario di chiusura … capisco la sua situazione …”
“Tu non capisci niente”. L’urlo della donna fece calare un silenzio tombale nell’intero piano. Il vociare dei curiosi cessò di colpo, perfino il rumore delle dita degli impiegati che battevano sulla tastiera si interruppe. Ora la paura era diventata panico. Angelica si girò verso Giacomo e fece per andarsene. Non riuscì a fare neanche un passo: aveva qualcosa aggrappato alla caviglia. Abbassando lo sguardo, vide che la donna le strattonava i jeans, tenendo le dita serrate intorno al tessuto sdrucito.
“Levami le mani di dosso” disse, lentamente, con tutta l’alterigia che potesse mettere nella sua voce. La donna non si mosse. “Giacomo, dì a questa donna di non toccarmi” aggiunse, sprezzante. La donna obbedì. Lasciò la caviglia e si alzò. Ma prima che Giacomo riuscisse ad arrivare, Angelica fu scaraventata a terra. Per un tempo indefinito, sentì solo un vociare indistinto. Stridio di voci femminili e vibrazioni virili. Rumore di passi di colpo arrestati. Davanti ai suoi occhi un velo nero con degli sprazzi di luce impenetrabile. Sentiva i suoi stessi mugolii indistinti. Quando riuscì ad aprire gli occhi, vide il volto della donna sopra il suo e sentì, all’altezza della gola, qualcosa di freddo. Fece per alzarsi.
“Non muoverti! Angelica per l’amor di Dio stai ferma!”. Era la voce di Giacomo, quasi rotta dal pianto. Girò solo le pupille e lo vide, rivolto verso di lei, pistola in pugno. “Scendete giù subito! Comunicate di far chiudere il portone di accesso al comune ed al secondo piano! Non voglio nessuno qui, chiaro?”, disse rivolto agli impiegati che erano accorsi salvo poi immobilizzarsi come statue di sale. Non aveva mai visto Giacomo impugnare la pistola, né lo aveva sentito urlare in quel modo. Rivolse le pupille più in basso che poteva. Oltre al viso della donna vedeva anche la sua mano, che stringeva qualcosa di molto piccolo. Il non riuscire a capire di solito la irritava, ma ora era troppo stordita per pensare alcunché.
“Angelica, qualunque cosa accada non muoverti e non parlare”. Le sue pupille si rivolsero nuovamente a Giacomo, supplicandolo di spiegargli cosa stesse accadendo. La donna aveva un ghigno indecifrabile, si limitava a guardarla con disprezzo e a buttarle nelle narici un alito fetido di nicotina. Angelica obbedì. Provò a muovere la mano in direzione della gola. Ma sentì la pressione della sottile striscia fredda aumentare. “Ferma! Hai un taglierino sulla gola!”.
...TO BE CONTINUED...
-I pensieri di Mary-
Parliamo di questione morale e parliamo, soprattutto, della divisione manichea tra coerenza ed ipocrisia. Platonicamente, vi spiego il contorto labirinto dei miei pensieri con una storiella (non che io c'entri qualcosa con Platone, ovviamente).
Dunque, qualche mesetto fa, i coordinatori cittadini dei quattro partiti che confluirono in sinistra arcobaleno mi chiesero di moderare un convegno politico. La moderatrice designata aveva avuto un attacco d'otite, quindi in extremis chiesero a me. Io accettai... se si può far un favore, perchè negarlo? A quel tempo, a Marigliano, c'era la protesta contro le eco-balle e c'erano le persone (circa 200) che consegnarono la propria tessera elettorale per spedirla al Presidente della Repubblica. Il loro leader era nientemeno che un consigliere comunale (di un paese limitrofo, però, quindi quasi nessuno sapeva che di giorno capeggiava i rivoltosi e di sera alzava la mano tra i banchi). Poco prima di cominciare, uno dei quattro segretari mi dice: "Mary, probabilmente le persone da Boscofangone si sposteranno qui, interrompendo la manifestazione per protesta". Io, che sapevo quanto questo ragazzo avesse dato per la buona riuscita del convegno, lo guardai con aria di sfida. "Qualora succedesse- gli dissi- con molta calma dirò al microfono: consigliere taldeitali, lei si comporterebbe allo stesso modo se il convegno fosse organizzato dal partito che l'ha candidata e fatta eleggere alle comunali di quelpaeselì?". Lui nicchiò. Fortunatamente, dei rivoltosi neanche l'ombra.
Sinistra Arcobaleno non c'è più. A Marigliano, però, le elezioni ci sono ancora. Italia dei Valori ha deciso di schierarsi a favore del candidato sindaco del centro-sinistra. Bene, bravi, bis. Però... indovinate un po' chi è il riferimento (nuovo di zecca) di IdV qui nella mia ridente cittadina? Avete detto il leader consegnaschede? Bravi, siete molto sagaci. Lui, che oltre al valore della coerenza non possiede neanche quello dell'umiltà, ai tavoli delle trattative ha asserito: "Ricordate che ho raccolto duecento schede, quindi meglio avermi a favore che contro".
Logica vorrebbe che quelle duecento persone ora gli chiudessero la porta in faccia, magari dicendogli "caro, ma se ti ho consegnato la tessera come faccio adesso a votare?". Così come anche tutte le altre alle quali si chiederà il voto, dovrebbero rispondere "ma tu non eri quello che...". Tanto più che IdV punta sui voti di opinione (ironia della sorte).
Ho massimo rispetto per l'Italia dei Valori, per il suo leader nazionale e la mia "invettiva" non vuole essere un invito a non votare per quel partito... ci mancherebbe altro! Però, essendo questo il mio blog e non avendo quindi obblighi di imparzialità nè tantomeno linee editoriali sul groppone, permettetemi di esprimere il mio piccolissimo disappunto.
Queste elezioni si stanno configurando come il festival degli sbandieratori: leader storici di sinistra che passano a destra per far dispetto agli ex compagni, altri che rinnegano il passato politico per cavalcare la società civile, altri ancora che dalla società civile antipolitica antipartitica si buttano nell'agone come se niente fosse, rifugiati di destra chiedono asilo a sinistra, il centro non è mai stato così eccentrico.
E' sempre così! Penserete voi. Per me, però, è la prima volta che la vivo da "dentro"... e credo sarà anche l'ultima.
-Mary-